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	<title>My CMS &#187; tappe</title>
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	<description>territori capaci di futuro</description>
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		<title>rocca sinibalda 14 giugno</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 09:53:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[tappe]]></category>

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		<description><![CDATA[<img width="1024" height="696" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/rocca-sinibalda.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="rocca-sinibalda" style="margin-bottom:10px;" />A 70 chilometri da Roma ed a 20 da Rieti, poco distante dai monti del Terminillo, si innalza Rocca Sinibalda (552 metri di altitudine) immersa nel verde intenso dei boschi che la circondano. La storia di questo grazioso borgo, tra i più importanti centri della Valle del Turano con circa 830 abitanti, è legata a doppio &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<img width="1024" height="696" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/rocca-sinibalda.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="rocca-sinibalda" style="margin-bottom:10px;" /><p>A 70 chilometri da Roma ed a 20 da Rieti, poco distante dai monti del Terminillo, si innalza <strong>Rocca Sinibalda </strong>(552 metri di altitudine) immersa nel verde intenso dei boschi che la circondano.</p>
<p><a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/ROCCASINIBALDA.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" wp-image-294 size-full alignleft" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/ROCCASINIBALDA.jpg" alt="ROCCASINIBALDA" width="655" height="392" /></a></p>
<p>La storia di questo grazioso borgo, tra i più importanti centri della <strong>Valle del Turano</strong> con circa 830 abitanti, è legata a doppio filo alle vicende che nei secoli hanno interessato il suo celebre castello, la cui posizione di dominio sulla pianura sottostante, l’ha reso da sempre un obiettivo ambito dai potentati feudali della zona. Risalente almeno al X secolo, nel 1527, per volere di Clemente VII Medici, il castello passò al cardinale Alessandro Cesarini che lo trasformò da “semplice” fortificazione militare, in un’imponente costruzione, la stessa che possiamo ammirare ancora oggi, così concepita dall’architetto <strong>Baldassarre Peruzzi</strong>. Dal 1600 la sua storia è un susseguirsi di continui avvicendamenti che conducono direttamente al 1903, quando Vittorio Emanuele III, da poco Re d’Italia, visitò la struttura, che all’epoca ospitava il municipio, la pretura e la caserma dei Reali Carabinieri.</p>
<p><iframe width="960" height="540" src="https://www.youtube.com/embed/ucI4wV7XSbk?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>A chi percorre le strade di accesso al paese, già qualche chilometro prima di raggiungerlo, si presenta un panorama caratteristico dominato dal maestoso <strong>Castello di Rocca Sinibalda</strong>, nodo centrale dell&#8217;antico borgo,<strong> </strong>intorno al quale sono raccolte le antiche case che si affacciano sulla Valle. <a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/fortezza-di-rocca-sinibalda.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" wp-image-295 size-full alignright" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/fortezza-di-rocca-sinibalda.jpg" alt="fortezza-di-rocca-sinibalda" width="550" height="413" /></a></p>
<p>La costruzione che ha sfidato l&#8217;usura dei secoli e delle intemperie si presenta sotto la forma di un&#8217;aquila ad ali spiegate, con fondamenta che poggiano saldamente sulla viva roccia. Vi si accede attraverso un portone laminato di ferro entro il quale si apre un piccolo passaggio che consente un più facile accesso.</p>
<p>Oltre al <strong>castello</strong> e alla grande <strong>torre d’avvistamento</strong> nei pressi dell’abitato, la <strong>Chiesa della Madonna della Neve</strong>, in località Convento a un chilometro dal paese, il cui altare maggiore è incorniciato da preziosi stucchi barocchi e la <strong>Chiesa di Sant’Erasmo</strong>, in località Vallecupola, con varie tele di epoca rinascimentale, sono luoghi che meritano almeno una visita e che garantiscono una fantastica esperienza visiva a tutti i viaggiatori.</p>
<p>Il <strong>museo diffuso di Posticciola</strong>, che si trova nel piccolo borgo medievale omonimo e che si erge dinanzi alla diga del lago del Turano, a pochi chilometri di distanza da Rocca Sinibalda raccoglie la straordinaria storia e la cultura di questo territorio così vecchio ma nuovo.</p>
<p><img class=" alignleft" src="http://www.prolocoroccasinibalda.eu/GenImgs/rsbback11.jpg" alt="" width="504" height="315" /></p>
<p>Oggi il paese si presenta ben conservato, all&#8217;ombra dell&#8217;imponente rocca che da sempre veglia su di esso e lo protegge, tra i suoi vicoli ci si può ancora immergere in un&#8217;atmosfera magica e contagiosa, che ci riporta indietro nel tempo, quando <strong>Rocca Sinibalda</strong> e il suo imponente maniero dominavano le valli circostanti.</p>
<p><strong><a href="http://percorsireatini.it/le-aziende/">Idee per immergersi nei sapori e nei luoghi di Rocca Sinibalda</a></strong></p>
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		<title>frasso sabino 5 luglio</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 09:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[tappe]]></category>

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		<description><![CDATA[<img width="740" height="556" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/frasso.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="frasso" style="margin-bottom:10px;" />Frasso compare nella documentazione farfense nella prima metà del X secolo. Il castello, una delle sue più famose attrazioni, fu probabilmente fondato in questo periodo per iniziativa signorile, anche se la prima notizia certa della sua esistenza risale al 1055, quando Alberto figlio di Gibbone lo dono’ all’abate di Farfa, Berardo I. L’atto è di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<img width="740" height="556" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/frasso.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="frasso" style="margin-bottom:10px;" /><p style="text-align: left;"><strong>Frasso</strong> compare nella documentazione farfense nella prima metà del X secolo.<br />
Il castello, una delle sue più famose attrazioni, fu probabilmente fondato in questo periodo per iniziativa signorile, anche se la prima notizia certa della sua esistenza risale al 1055, quando Alberto figlio di Gibbone lo dono’ all’abate di Farfa, Berardo I.<br />
L’atto è di particolare interesse perché descrive con precisione il territorio di pertinenza del centro fortificato.<br />
Il castello di Frasso dovette rimanere in possesso del monastero per non molto tempo. Infatti già nel 1118 non risultava piu’ sotto la sua giurisdizione, pur mantenendo diritti di proprietà sul suo territorio, riconosciuti nel Quattrocento. Per piu’ di due secoli non si hanno notizie sui signori del castello. Sullo scorcio del Trecento ne erano in possesso i Brancaleoni. Nel 1441, quando Frasso era stato occupato da Battista Savelli, Paolo e Francesco <a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/frasso.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-289 alignleft" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/frasso-300x225.jpg" alt="frasso" width="300" height="225" /></a>Brancaleoni, signori di Monteleone lo donarono, come dote, alla loro sorella Simodea, che aveva sposato Orso Cesarini. Le controversie tra Savelli e Cesarini proseguirono a lungo fino ad estinguersi grazie ad un accordo raggiunto nel 1573.</p>
<p style="text-align: left;">Oggi la zona di Frasso Sabino &#8211; Osteria Nuova è particolarmente famosa per <strong>il mercato agricolo mensile di merci e bestiame</strong> che si svolge ogni prima domenica del mese con un&#8217;area coperta che conta oltre 70 stands. Il mercato contadino di Frasso mette la Sabina sui banchi. il mercato agricolo di vendita diretta dei produttori vicini e di filiera  nasce &#8220;in nome delle buone cose&#8221;. Obiettivo: valorizzare i prodotti locali e offrire opportunità di reddito.</p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>varco sabino 21 giugno</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 09:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luana Rainò]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[tappe]]></category>

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		<description><![CDATA[<img width="4288" height="2848" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/Domenico-Zimei-9.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="Domenico Zimei (9)" style="margin-bottom:10px;" />Storia Il paese fu costruito nel XV secolo dagli abitanti del vicino paese di Mirandella che era stato completamente distrutto da un violento terremoto. Molto scarse sono le notizie riguardanti la storia di questo piccolo centro della Sabina che deve la sua importanza soprattutto al valico posto a breve distanza, da cui prende il nome &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<img width="4288" height="2848" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/Domenico-Zimei-9.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="Domenico Zimei (9)" style="margin-bottom:10px;" /><h2>Storia</h2>
<p>Il paese fu costruito nel XV secolo dagli abitanti del vicino paese di Mirandella che era stato completamente distrutto da un violento terremoto. Molto scarse sono le notizie riguardanti la storia di questo piccolo centro della Sabina che deve la sua importanza soprattutto al valico posto a breve distanza, da cui prende il nome e che anticamente collegava la Sabina con l&#8217;Abruzzo,  attraverso i monti Carseolani. L&#8217;attuale comune di Varco Sabino fu costituito nel 1853.<br />
<a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/varco.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-full wp-image-385 alignleft" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/varco.jpg" alt="varco" width="222" height="161" /></a>La fondazione di Varco, che tra l&#8217;altro non raggiunse mai lo stato di castrum, dato che non era protetto da fortificazioni, è abbastanza tarda, anche se nella zona dovevano essere presenti forme di popolamento sparso che gravitavano intorno alla chiesa rurale di s. Angelo de Varco, attestata per la prima volta in un registro di chiese dipendenti dal monastero di s. Salvatore Maggiore redatto nel 1252. Nell&#8217;elenco dei castelli e dei villaggi usurpati a s. Salvatore agli inizi del Trecento con la forza dai de Romania non compare Varco, anche se questo fatto non è risolutivo. Da segnalare ad esempio che nel 1353 Innocenzo VI concesse a Angelo di Francesco da Varco un canonicato in attesa di prebenda nella chiesa collegiata di s. Pietro di Cassel, diocesi di Thérouanne, nel dipartimento attuale del Pas-de-Calais, ad attestare non solo la presenza di un insediamento, ma anche il notevole rango sociale raggiunto. La villa di Varco agli inizi del XVI secolo contava una trentina di focolari. L&#8217;etimologia del toponimo viene così spiegata dal Palmieri «il nome l&#8217;acquistò dal rimanere sotto sporgenti rupi, che sono incatenate tutte, ed il capo di tal catena lo ritiene in mano la piccola statua di S. Michele Arcangelo, che rimane in una nicchia o grotticella», anche se il toponimo, molto diffuso, sembra invece far riferimento alla collocazione geografica dll&#8217;insediamento nel senso di «valico».<a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/bbbb.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-386 alignright" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/bbbb-300x197.jpg" alt="bbbb" width="300" height="197" /></a> Al momento della completa riorganizzazione dello stato della Chiesa nel 1817, Varco, con 362 abitanti, fu appodiato di Castelvecchio ed inserito nel governatorato di Roccasinibalda. Successivamente divenne comune. Nle 1853 aveva 404 anime che formavano 86 famiglie, abitanti in sole 73 case. Le famiglie preminenti erano i Caprioli, i Battisti e i Manelli. La chiesa parrocchiale, priva d&#8217;organo, erano dedicata a s. Girolamo. Attività principale era la lavorazione del legno alla quale attendevano ben 14 bottai. Presenti anche un sarto, uno scalpellino, una bottega di ferri lavorati ed una piccola spezieria. La piccola piazza del villaggio serviva per la trita del grano.</p>
<h2>Le frazioni</h2>
<h3>Rigatti</h3>
<p><a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/Rigatti.jpg" rel='prettyPhoto'><img class="alignnone wp-image-705" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/Rigatti.jpg" alt="Rigatti" width="600" height="450" /></a></p>
<h3>Poggio Vittiano</h3>
<p><a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/Poggio-Vittiano.jpg" rel='prettyPhoto'><img class="alignnone wp-image-704" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/Poggio-Vittiano.jpg" alt="Poggio Vittiano" width="600" height="398" /></a></p>
<h3>Rocca Vittiana</h3>
<p><a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/Rocca-Vittiana.jpg" rel='prettyPhoto'><img class="alignnone wp-image-706" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/Rocca-Vittiana.jpg" alt="Rocca Vittiana" width="600" height="450" /></a></p>
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		<title>petrella salto 19 luglio</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 09:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[tappe]]></category>

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		<description><![CDATA[<img width="720" height="320" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/112.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" />Centro medioevale ancora oggi ben conservato nei suoi vicoli tortuosi e nelle sue costruzioni dai portali e dalle finestre quattrocenteschi. Il feudo dei Mareri nel sec. XVI divenne proprietà dei Colonna i quali lo cedettero infine al Regno di Napoli. Segnano l’ingresso all’abitato la chiesa di Sant’Andrea, del sec. XVII, che conserva un bell’altare barocco, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<img width="720" height="320" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/112.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" /><p>Centro medioevale ancora oggi ben conservato nei suoi vicoli tortuosi e nelle sue costruzioni dai portali e dalle finestre quattrocenteschi. Il feudo dei Mareri nel sec. XVI divenne proprietà dei Colonna i quali lo cedettero infine al Regno di Napoli.<br />
Segnano l’ingresso all’abitato la chiesa di Sant’Andrea, del sec. XVII, che conserva un bell’altare barocco, l’elegante palazzo Maoli cinquecentesco e la sede del Burgravio dei Colonna (sec. XVI). Caratteristico é il portale quattrocentesco riccamente decorato con fregi e rilievi.<br />
La chiesa parrocchiale di Sant’Annunziata, edificio romanico del sec. XIII, presenta un bel portale quattrocentesco e un interno rimaneggiato in stile barocco.<br />
<a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/112.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-395 alignleft" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/112-300x133.jpg" alt="11" width="300" height="133" /></a><br />
Si ricorda la Rocca di Beatrice Cenci di cui oggi restano solo le rovine e il moncone dell’antico mastio.</p>
<p>Il territorio del Comune di Petrella Salto si pone nella bassa valle del Salto alla destra del suddetto fiume, occupando un’area che va dalle cime del Nuria fino all’attuale bacino artificiale del Salto.Lo stesso fiume, dopo la diga lo divide dal territorio dei comuni dell’Alta Sabina, lungo una linea che fu anche il confine storico fra Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie.Territorio ricco di Storia e di vicende, in esso fin dall’epoca classica fiorirono centri di notevole interesse. Fra questi spicca Cliternia, insediamento romano che il Martelli identificò nella zona di Capradosso, ma che, a nostro avviso, dovette occupare un sito posto tra l’attuale Casale Antonetti e la chiesa diruta di S. Giovanni di Staffoli, posta lungo la provinciale Cittaducale-Fiamignano.<br />
È in questo sito, infatti, che si ritrova la maggior parte di reperti archeologici chiaramente provenienti dall’antico insediamento equicolo, il quale non é più nominato dalle fonti fin dal IV secolo . Si ignorano le cause della scomparsa di questo centro, del quale restano numerose epigrafi.<br />
La causa più probabile é da attribuire forse ad un terremoto, ma non sono da escludere altri motivi, fa cui una progressiva decadenza della zona che con le invasioni barbariche dovette toccare il fondo.<br />
Nell’alto Medioevo si ha un lungo silenzio sull’intera zona equicola che compare solo in alcuni documenti di difficile interpretazione.<br />
La scarsa popolazione della zona dovette in quell’epoca distribuirsi in alcune &#8220;curtes&#8221; a mezza costa, sotto la protezione di monaci benedettini, che reinsegnarono l’agricoltura e che si insediarono in grancie ed in chiese silvestri.<br />
Tra queste degne di nota sono S. Maria in Capradosso, S. Mauro nella stessa località, S. Angelo di Staffoli, S. Maria della Macchia, San Silvestro, S. Angelo in Colle Dordonis, S. Martino in Broilo a Petrella e S. Angelo in Fiume nei pressi dell’attuale Fiumata.<br />
Le &#8220;curtes&#8221; principali dovettero invece essere localizzate presso la chiesa di S. Andrea in Capradosso, nel sito in cui trovasi ora l’attuale cimitero della frazione, nonchè vicino alla chiesa di San Martino in Broilo, nei pressi di Petrella, in una zona ancor oggi nominata con vocabolo catastale &#8220;Imbroino&#8221;.<br />
Gli attuali centri sorgono invece intorno al secolo XI, quando, in seguito alle invasioni dei Saraceni e dei Normanni le popolazioni furono costrette ad incastellarsi in centri più sicuri.<br />
È proprio allora che sorgono i &#8220;castelli&#8221; di Petrella, di Staffoli, di Capradosso, di Mareri, con le numerose &#8220;villae&#8221;, di Offeio e di San Martino.<br />
Interessante per lo studio dell’incastellamento é analizzare il sito sul quale sorse Petrella. Costruita intorno ad uno sperone roccioso pressoché inespugnabile sul quale sorse la Rocca, autonoma dal punto di vista del rifornimento idrico, per la presenza delle numerose &#8220;fonticelle&#8221;, il nuovo centro si poneva in una posizione fortemente favorevole, elevata e difendibile, totalmente esposta a mezzogiorno e tale da fungere da anello di congiunzione tra la fertile produzione agricola delle vallate cli mezzacosta ed i buoni pascoli dei pianori montani.<br />
La sua quindi é una posizione tale da consentire nel futuro al suddetto centro successivi sviluppi.<br />
Nel 1153, con la bolla di Anastasio IV a Dodone, Vescovo di Rieti, sono citate per la prima volta le chiese della zona, che poi sono i luoghi di culto dei nuovi &#8220;castra&#8221; di diritto vescovile. In una successiva bolla papale del 1182, di Lucio III, sono citate le chiese di S. Maria della Petrella, di S. Andrea in Capradosso, di S. Eutizio di Mareri, di S. Rufina di Piagge, di S. Pietro de Molito e di S. Giovanni di Staffoli. <a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/113.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-396 alignright" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/113-300x225.jpg" alt="11" width="300" height="225" /></a><br />
Contemporaneamente inizia l’infeudamento del territorio a varie famiglie, fra le quali spicca quella dei Mareri, proprietaria all’inizio dei centri di Mareri, Piagge, Pagliara, Oiano, Teglieto, Vallebona e Casardita, ma che tendeva con l’acquisto di Petrella e di altri castelli, ad un reale dominio sull’intero Cicolano. Tali acquisti si realizzarono certamente prima del 1228 quando queste località sono in possesso di Tommaso e Gentile Mareri.<br />
È questo anche il periodo in cui Filippa, sorella dei suddetti, compie una clamorosa scelta religiosa.<br />
Rifiutate tutte le offerte di matrimonio, preferì fuggire nella benedettina &#8220;grotta di S. Nicola &#8221; sopra Piagge dove si diede, con alcune seguaci, alla vita monastica.<br />
Fu per l’insistenza dei fratelli a cui di molto impedimento politico sarebbe stata una scelta in senso benedettino e per l’influenza del Francescanesimo, che Filippa accettò la donazione della Chiesa di San Pietro de Molito e dell’intera Villa Casardita, dove impiantò un Monastero di Clarisse, il primo del Regno di Sicilia, intorno al quale si sviluppò nel tempo il villaggio di Borgo San Pietro.<br />
Morta nel 1236, a Filippa fu subito tributato un culto per cui Pio VII, nel 1808 la proclamò Beata<br />
I Mareri, intanto, dopo un riuscito tentativo di Tommaso I di uscire indenne dalle lotte fra Angioini e Svevi , dopo il passaggio di Corradino di Svevia perdettero tutti i feudi. Petrella in quell’occasione divenne demaniale e cominciò ad esercitare un’importante.funzione politica nella zona come sede dei giudici regi.<br />
Durante la lotta fra gli Angioini ed i Mareri, il castrum di Mareri fu incendiato e distrutto.<br />
Fu nel 1305 che la situazione si normalizzò con la ripresa di possesso da parte di Francesco II Mareri di tutti quelli che erano stati i feudi degli antenati, grazie anche all’esigenza degli Angioini di instaurare ai confini del regno una realtà feudale forte ed unitaria. Da questo momento i Mareri incominciano a risiedere a Petrella, che si ingrandisce di edifici, come il palazzo Mareri in Piazza S. Maria, il palazzo baronale di Porta Orientale e diviene centro di traffici e di vita politica.<br />
Intanto i feudi dei Mareri si pongono come uno stato cuscinetto tra le realtà di Rieti, L’Aquila e San Salvatore Maggiore. Di questo stato di cose la famiglia Mareri approfitta per ampliare sempre più i suoi domini, fino a riunire sotto la sua Signoria l’intero Cicolano, con il matrimonio fra Francesco III Mareri e Paola di Poppleto duchessa del Corvaro.<br />
La famiglia Mareri, alle soglie dell’età moderna di viene sempre più potente.<br />
Abbandonate le residenze all’interno di Petrella, i Conti abitano nella Rocca, adattata a splendida dimora rinascimentale e costituita da due palazzi, uno superiore l’altro inferiore. Ma tale potenza viene ad esser stroncata nel 1511 con la strage che, successivamente fu chiamata &#8220;primo giallo della Petrella&#8221;.<br />
Il Conte Gianfrancesco Mareri, marito di una Carafa di Napoli, aveva rifiutato di dare in dote ad una figlia naturale, sposata al castellano di Staffoli, un certo Giacomo Facchini, lo stesso castello di Staffoli. Costui aveva deciso di vendicarsi. Frattanto servivano alla Rocca, nella corte comitale, due giovani paggi, uno dei quali di straordinaria bellezza. Costui era divenuto l’amante della contessa. La cosa era stata conosciuta dal conte, il quale, inviando il giovane a Napoli con finte missive per i Carafa, fu da costoro fatto uccidere. Suo fratello, intanto, continuava a servire a corte meditando vendetta. Fu infatti, proprio grazie alla complicità di questo paggio, che il Facchini riuscì ad entrare nella Rocca della Petrella con trecento armati ed a sterminare l’intera famiglia Mareri.<br />
Dalla strage si salvò solo la giovanissima Maria Costanza che, gettata da una finestra della Rocca, restò miracolosamente impigliata con le vesti ad uno spuntone di ferro della muraglia. Soccorsa dai Petrellani, fu inviata a Cittaducale e quindi a Roma, dove fu protetta da Leone X. Sposò Annibale Rangoni. Con il marito tornò nella Rocca di Petrella, dove visse fino alla morte del marito.<br />
Rimasta vedova, decise di vendere la contea di Cicoli a Carlo V, che la assegnò a Pompeo Colonna, Vescovo di Rieti, il quale a sua volta la assegnò al nipote Marzio. Con la vendita della contea i Mareri scompaiono definitivamente dalla storia del territorio che a noi interessa. Ad essi subentrarono i Colonna.<br />
Alla morte di Marzio Colonna il contado di Cicoli fu ereditato dalla figlia minore Orinzia, che sposò a sua volta Pompeo, duca di Zagarolo. Da questo momento il ramo dei Colonna di Cicoli e quello di Zagarolo sono uniti.<br />
Il governo colonnese a Petrella e nel suo territorio fu abbastanza splendido. Con i Colonna il territorio fu inserito nell’influenza dell’ambiente rinascimentale romano. Fu grazie a questa influenza che Petrella ebbe nel Cinquecento uno dei più originali monumenti che é appunto il Santuario di S. Maria Apparì.<br />
L’edificio fu costruito in seguito ad un fatto straordinario avvenuto il 31 maggio del 1562. Una fanciulla di Petrella, Persiana di Gian Pietro Faina, tredicenne, mentre era intenta a cogliere ciliegie acerbe da una pianta di proprietà dei suoi genitori, ebbe la visione di una Signora vestita di bianco, nella quale ben presto ella riconobbe la Vergine Maria che le affidò un messaggio di conversione per i suoi compaesani, messaggio originalissimo perché in alcuni punti ed a più di tre secoli di distanza prelude quello di Fatima.<br />
Come segno del fatto miracoloso ci furono la maturazione delle ciliegie e numerose guarigioni.<br />
Subito la giovane Persiana fu esaminata dall’autorità ecclesiastica che autorizzò infine il culto di S. Maria Apparì. Fu l’intervento determinante della Contessa Orinzia a permettere l’edificazione del Santuario Mariano, che ha pianta originalissima dal momento che essa é un ottagono inscritto in un quadrato.<br />
Ma la storia del Cinquecento petrellano, alla fine del secolo, doveva arricchirsi del fatto che é, senza dubbio, I’avvenimento più noto della Storia del Cicolano. Esso é appunto il giallo di Beatrice Cenci, alla cui figura, spesso romanzata, Petrella é legata inscindibilmente.<br />
Sotto il governo del figlio di Orinzia, Marzio, duca di Zagarolo, che a Petrella amava risiedere nel palazzo di S. Rocco, divenuto poi convento ed attualmente sede comunale, il patrizio romano, Francesco Cenci, pressato a Roma dai creditori e dagli stessi figli maggiori, Giacomo, Rocco e Cristoforo, con la seconda moglie Lucrezia e la figlia Beatrice, chiese a Marzio Colonna di alloggiare nella Rocca della Petrella che raggiunse a cavallo.<br />
Nella Rocca egli, temendo che la figlia si sposasse, soprattutto per non sborsare la dote, la tenne quasi in prigionia insieme alla matrigna.<br />
La giovane, intelligente e determinata, decise allora di uccidere il padre. Per realizzare questo disegno, dopo aver coinvolto da Roma il fratello Giacomo, divenne l’amante di Olimpio Calvetti, castellano della Petrella, che inizialmente anch’egli risiedeva nella Rocca, ma che, successivamente fu fatto spostare da Marzio Colonna, che forse aveva sospettato qualcosa della sua relazione con Beatrice, nel palazzo baronale di porta orientale..<br />
Ma non per questo il Calvetti desistette dall’incontrare Beatrice, che raggiungeva con scale attraverso la muraglia, I’ortaccio e la finestra della prigione.<br />
Comprata con promesse poi non mantenute, la complicità di un misero maniscalco, Marzio da Fioran, detto il Catalano e costretta Lucrezia a partecipare alla congiura, con l’assenso e la guida di Giacomo Cenci, Beatrice fece sorprendere il padre dal Calvetti e dal Catalano nel suo letto.<br />
Il primo lo uccise con un colpo di martello alla tempia, mentre il secondo lo immobilizzava con colpi di mattarello.<br />
Era il 9 settembre del 1598. Per occultare il delitto si finse una disgrazia ed il corpo fu gettato dal Calvetti da un mignano malamente dissestato ad arte, nell’ortaccio. Ma nè i Petrellani, nè i giudici del Regno di Napoli credettero alla disgrazia, mentre Lucrezia e Beatrice, imprudentemente, fecero scoprire alcune prove dell’assassinio. Benché fuggiti subito a Roma dopo il seppellimento frettoloso di Francesco Cenci in Santa Maria della Petrella, i Cenci furono ugualmente raggiunti dalla giustizia pontificia che riuscì quasi subito ad arrestare il Catalano.<br />
Dopo un processo memorabile, nel corso del quale i Cenci riuscirono a far uccidere Olimpio Calvetti da un sicario, nei pressi di Cantalice, la posizione dei Cenci si aggravò ancor più e si ebbe la sentenza: Giacomo fu condannato ad essere accoppato e poi smembrato, Beatrice e Lucrezia ad essere decapitate, mentre al più giovane Bernardo Cenci, la pena capitale fu commutata in sei anni di galera.<br />
Subito del personaggio di Beatrice, la cui bellezza aveva colpito la fantasia popolare, si impadronì la leggenda e la letteratura. Di essa scrissero Shelley, Sthendal, Dumas e numerosi altri. Intanto nel territorio del contado di Cicoli continuò il governo dei Colonna per un altro mezzo secolo. A Petrella si affermava nel frattempo una ricca borghesia mercantile, fra cui spicca la famiglia Novelli che nel 1643 completò la costruzione della brillante chiesa di S. Andrea e del palazzo oggi detto Maoli, in splendido stile manierista. L’ultimo dei Colonna di Cicoli, Pompeo, entrato in contrasto con la corte vicereale napoletana per aver fortificato la Rocca di Petrella, fu da questa spogliato di tutti i feudi. Subentrarono i Barberini, che però curarono assai poco i possessi equicoli.<br />
Il Cicolano cominciò a divenire sempre più marginale, anche se a Petrella nel secolo XVIII e nel successivo, la popolazione aumentò fino a toccare i 1500 abitanti e vi sorse un potente ceto borghese. Tale situazione continuò fino all’unità d’Italia.<br />
Fu forse proprio per questo che Petrella Capoluogo ebbe un ruolo molto marginale nel fenomeno del brigantaggio postunitario che vide protagoniste invece le sue frazioni come Teglieto, patria del famigerato brigante Bernardino Viola, e Fiumata, dove operò un nucleo di briganti locali.<br />
Nel 1859 intanto, per un accordo tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie, le frazioni di S. Martino ed Offeio furono aggregate al Comune di Petrella. L’ultimo fatto notevole della ricca storia locale é la costruzione del bacino artificiale del Salto, con relativa distruzione di Borgo San Pietro, Teglieto e Fiumata, poi ricostruiti più a monte nel 1940.<br />
Attualmente, dopo un periodo di notevole spopolamento, I’intero territorio cerca nel turismo la sua vocazione e, specie a Petrella Salto ciò non é impossibile, soprattutto se si tengono presenti le attrattive ed il valore del suo centro storico, senza dubbio uno dei più pregevoli della Provincia di Rieti. Anche le frazioni sono assai interessanti, si pensi a Staffoli, con la sua posizione a guardia della Valle del Salto e di quella del Velino, a Piagge, ad Offeio, nonchè a graziosi centri sulle rive del Salto, come Borgo S. Pietro e Fiumata, centri di turismo estivo. Notevolissima attrattiva é la montagna, con i suoi splendidi pianori costellati da laghi, il cui sviluppo é forse quello che in futuro riuscirà a risollevare la zona dal torpore in cui la civiltà industriale, con il conseguente urbanesimo, sembra averla condannata.</p>
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		<title>fiamignano 23 agosto</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 09:49:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<img width="350" height="250" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/115.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" />La storia del territorio nonostante la povertà della regione, collocata fra impervie montagne e da sempre configurantesi con insediamenti umani frazionati, è stata ricca e varia. Per aver un concetto sia pur fugace dell&#8217;importanza del popolo degli Equi, antichi abitanti del territorio del Cicolano, basterebbe ricordare che Plinio ne faceva arrivare il loro territorio originale &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<img width="350" height="250" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/115.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" /><p>La storia del territorio nonostante la povertà della regione, collocata fra impervie montagne e da sempre configurantesi con insediamenti umani frazionati, è stata ricca e varia. Per aver un concetto sia pur fugace dell&#8217;importanza del popolo degli Equi, antichi abitanti del territorio del Cicolano, basterebbe ricordare che Plinio ne faceva arrivare il loro territorio originale fino al di là di Tivoli con 41 città importanti tra cui Cliternia, Vesbola, Suna, Nerse e Tioria. L&#8217;ubicazione delle quali è attestata da molteplici ritrovamenti archeologici, reperti archeologici posteriori sono stati di recente individuati nei pressi di Corvaro e attestano un antichissimo popolamento del territorio. D&#8217;altra parte se i reperti di epoca classica sono numerosi e notevoli, non altrettanto ricche sono le fonti storiche che parlano del Cicolano, se si eccettuano gli accenni che di esso fa Dionigi di Alicarnasso, Diodoro Siculo XIV e Virgilio. La citazione di Virgilio attesta l&#8217;attività delle genti equicole cioè caccia e rapina e da un quadro realistico di quello che era il popolo equo. Ma quali che furono le vicende equicole dell&#8217;antichità il Cicolano attuale affonda le sue origini umane e sociali nel Medioevo.<br />
<a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/115.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-400 alignleft" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/115-300x214.jpg" alt="11" width="300" height="214" /></a><br />
Infatti, scomparsi assai presto i centri romani, le popolazioni si sparsero e sull&#8217;onda delle invasioni saracene e normanne dei secoli X e XI, cominciarono a nascere e si affermarono i centri incastellati (vedi quello di Fiamignano che in parte è stato recentemente restaurato e quello di Rascino), tanto che verso la fine del secolo si potevano contare circa trenta castelli, numerose erano anche le parrocchie e i monasteri facenti parte della diocesi di Rieti. Ed è proprio nel medioevo feudale, affermatosi dopo la presenza attiva dei monaci Benedettini che nasce la storia di questa terra, che fa sentire ancora oggi i suoi effetti nella tradizione varia e multiforme delle genti che lo abitano. Le famiglie dei Mareri e dei Colonna (vedi stemma in pietra sulla fontana di Fiamignano) sono le protagoniste della storia del Cicolano fino alle soglie del XVII secolo.</p>
<p>Nei secoli XVII e XVIII il Cicolano conobbe uno sviluppo demografico notevole che portò l&#8217;espansione dei centri maggiori come Petrella, Fiamignano e Borgocollefegato (oggi Borgorose) e in misura minore Borgo S.Pietro. Il Secolo XIX, che per il Cicolano come per tutto il Regno si apre con la fine del Feudalesimo è denso di avvenimenti: adesione all&#8217;Unità d&#8217;Italia, fenomeno del Brigantaggio. Il racconto dei briganti è vivo ancora oggi nella memoria popolare posseduta da anziani narratori. Nel 1915 un terremoto cancellò gran parte del territorio di S.Anatolia di Borgorose, Oiano e Petrella Salto. Alcuni centri come Collefegato scompaiono del tutto, altri furono ricostruiti cambiando totalmente fisionomia. Nel 1927 il Cicolano entrò a far parte della nuova Provincia di Rieti, poi venne la guerra e il fascismo accettato supinamente dagli abitanti della zona.</p>
<p>Nel 1940 la costruzione dell&#8217;invaso idroelettrico del Salto sommerse i paesi di S.Ippolito, Fiumata, Teglieto e Borgo S.Pietro, ricostruiti più a monte. Poi vi fu l&#8217;avvento della seconda guerra mondiale, il secondo dopoguerra con l&#8217;industrializzazione che seguì segnando l&#8217;inizio di uno spopolamento dovuto ad una fuga delle forze giovani verso la città. Molti paesi sono ormai spopolati e ridotti a centri della Domenica, il loro turismo non riesce a decollare, mentre la recente costruzione della strada a scorrimento veloce Rieti-Torano, se da una parte ha contribuito a migliorare le condizioni di vita della zona, non pare riesca a farla risorgere. In quest&#8217;ultimo secolo si sono registrate le seguenti dinamiche demografiche: tra il 1901 ed il 1951 la popolazione ha subito un incremento del 10%, la situazione si è nettamente ribaltata tra il 1951 ed il 1961 quando si è registrato un decremento del 10%.</p>
<p>Questa tendenza allo spopolamento si è mantenuta fino a tempi recenti, le rotte dell&#8217;emigrazione si sono diversificate nel tempo. Nel 1961 la popolazione aveva raggiunto una densità inferiore a 50 abitanti per kmq, per attestarsi poi su un valore di circa 18 abitanti per kmq. I centri abitati, tutti situati nel versante sud del monte Serra, compresi tra i 500 e 1000 m di quota, sono molto piccoli, alcuni completamente disabitati, solo in alcuni casi superano oggi i 100 residenti. Complessivamente, nelle oltre 30 frazioni, si contano oggi circa 1550 abitanti al 31 dicembre 2009.<br />
<a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/114.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-399 alignright" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/114-300x221.jpg" alt="11" width="300" height="221" /></a><br />
La popolazione è costituita quasi esclusivamente da anziani, le nascite stanno purtroppo diventando un evento raro. Se non si verificheranno eventi che faranno invertire la tendenza al calo demografico l&#8217;intero territorio e destinato a diventare, nel giro di qualche decennio, completamente disabitato. Le principali rotte di emigrazione che prima erano orientate verso la Svizzera e la Germania, si sono successivamente spostate verso Roma e poi verso Rieti, richiamate dal suo nascente nucleo industriale. Il colpo di grazia è stato dato dalle varie forme di facilitazione, concesse per la costruzione delle abitazioni nell&#8217;area cittadina del capoluogo di provincia, che hanno convinto anche i più titubanti a lasciare la vecchia casa paterna per un nuovo e più comodo appartamento in condominio!</p>
<p>&#8220;&#8230; La strada scorrevole l&#8217;hanno costruita adesso che i paesi si sono vuotati, dovevano pensarci prima. Adesso chi vuoi che lasci la città per tornare nei paesi; in molte case le finestre si aprono solo a Natale e Pasqua !&#8221;.</p>
<p>&#8220;&#8230; I danni non bisogna farli; una volta fatti è difficile risistemare le cose !&#8221;.</p>
<p>Una particolare forma di emigrazione è stata, per lunghissimi anni, quella stagionale verso la Sardegna. Molti uomini, reclutati dai caporali , si trasferivano in dicembre presso i caseifici della Sardegna, per tornare a casa non prima di giugno. Questi casari erano diventati così esperti che, ad un certo punto, erano richiestissimi e mandavano avanti molti dei caseifici sardi. La gente di questa valle è sempre stata avvezza agli spostamenti, chi non si trasferiva definitivamente fuori dalla sua terra lo faceva nella sua terra.</p>
<p>Ogni anno, in coincidenza con le lavorazioni che si effettuavano nelle terre di montagna, molte famiglie si trasferivano, armi e bagagli, nelle casette (piccoli rifugi in quota), lì restavano per gran parte del periodo estivo per poi ridiscendere a valle solo dopo aver praticato lo sfalcio del fieno prima e la mietitura del grano poi. Da quel momento in montagna restavano solo i pastori che non sarebbero ridiscesi a valle se non con l&#8217;arrivo della prima neve. I tipici ricoveri in muratura utilizzati in montagna, le casette, erano tutte dotate di un recinto, regnostru, circondato da un muro alto anche oltre i due metri e sormontato da grosse pietre che sporgevano abbondantemente dai due lati del muro stesso, questi recinti servivano da ricovero per le greggi ed avevano una funzione anti-lupo.</p>
<p>&#8220;&#8230; Mi raccontava mio nonno che un anno la neve era durata tanto tempo, le pecore non potevano uscire dai recinti e anche i lupi avevano più fame del solito. Una notte i cani fecero un gran fracasso, non si vedeva nulla per il buio, la mattina trovò, vicino al recinto, una lupa che si era avvicinata troppo ed i cani l&#8217;avevano ammazzata &#8230;&#8221;.</p>
<p>Gli appezzamenti di terreno non erano mai recintati se non da bassi muretti a secco (le macere ), ciò anche per consentire il libero pascolo a tutti, secondo quanto previsto dagli antichi usi civici. E&#8217; facile incontrare ai limiti dei campi arati dei grossi mucchi di pietre i maceruni , questi si erano formati nel tempo in seguito al costante lavoro di spietramento che si faceva nei coltivi, in tal modo si rendevano lavorabili e produttivi anche i terreni più impervi e marginali. In seguito a tale operazione i terreni apparivano ripuliti dalle pietre, queste difficilmente riaffioravano in quanto l&#8217;aratura, che si praticava con i buoi, interessava sempre lo stesso piccolo strato superficiale di suolo.</p>
<p>Con l&#8217;avvento dei trattori e l&#8217;abbandono dell&#8217;attività manuale di spietramento oggi molti campi appaiono abbondantemente cosparsi di pietre, modificando così l&#8217;antico aspetto dei coltivi che l&#8217;uomo con costanza e fatica era riuscito a costruire. A valle, nei centri abitati, tutti dall&#8217;aspetto tipicamente medievale, le case erano arroccate ed appoggiate le une alle altre. Esse avevano il decoro ed il profumo della semplicità, per nulla curate nell&#8217;aspetto esteriore e contemporaneamente rispondenti a comuni quanto spontanei canoni architettonici. Tutte perfettamente inserite nel loro ambiente senza vezzi superflui che avrebbero, in quel contesto, assunto l&#8217;effetto di stonature. Si distinguevano solo alcune case signorili. Le famiglie benestanti, avendo risolto il problema del quotidiano, avevano tempo e denaro per dedicarsi anche alle esteriorità. Le stalle avevano un aspetto tipico: costruite generalmente su due piani seguivano la linea di pendio, nel seminterrato c&#8217;era la stalla vera e propria mentre nel piano superiore il fienile, dal quale, tramite alcune aperture nel pavimento uccette , era possibile un&#8217;agevole somministrazione del foraggio alle bestie.</p>
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		<title>borgorose 29 agosto</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 09:48:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<img width="720" height="478" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/11.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" />L&#8217;alta valle del Salto, denominata Cicolano, deriva il suo nome dagli equicoli che un tempo l&#8217;abitavano. Fin dalla tarda età Repubblicana, le popolazioni stanziate nella nostra Valle furono identificate con questo nome. Gli Equicoli, appartenenti al gruppo linguistico tosco-umbro, occupavano la valle dell&#8217;Aniene la zona intorno al Fucino, la pianura Carsolana e la Valle del &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<img width="720" height="478" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/11.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" /><p>L&#8217;alta valle del Salto, denominata Cicolano, deriva il suo nome dagli equicoli che un tempo l&#8217;abitavano. Fin dalla tarda età Repubblicana, le popolazioni stanziate nella nostra Valle furono identificate con questo nome.<br />
Gli Equicoli, appartenenti al gruppo linguistico tosco-umbro, occupavano la valle dell&#8217;Aniene la zona intorno al Fucino, la pianura Carsolana e la Valle del Salto che costituiva la principale via di comunicazione tra le popolazioni del Fucino, la Valle dell&#8217;Aniene, e della Pianura Reatina.<br />
<a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/11.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-391 alignleft" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/11-300x199.jpg" alt="11" width="300" height="199" /></a>Dal 1984 la Soprintendenza Archeologica del Lazio sta portando avanti una serie di campagne di scavo, indagini archeoligiche e ricerche di superficie atte a determinare i principali momenti degli insediamenti nella Valle del Salto, ad individuare le possibili forme di utilizzazione del suolo ed a delineare alcuni aspetti che caratterizzavano la società locale. E&#8217; stata condotta un&#8217;interessante campagna di scavo archeologico, finalizzata al recupero di una necropoli di tombe databili tra il VI e la prima metà del V secolo a.C..<br />
I primi insediamenti sono caratterizzati da alcuni villaggi all&#8217;interno della piana di Corvaro che sembrano resistere fino alla prima Età Imperiale. Nella stessa area si hanno le testimonianze più numerose di resti archeologici di notevole importanza relativi all&#8217;età del Bronzo. Con la costituzione nel 1927 della provincia di Rieti, il cicolano, fino ad allora parte della regione Abruzzo, venne incluso nel territorio della nuova Provincia.<br />
Ne fanno parte i Comuni di Borgorose, Petrella Salto, Pescorocchiano e Fiamignano. Questa zona, il cui passaggio è caratterizzato dalla presenza di numerosi terrazzamenti di incerta attribuzione, attirarono l&#8217;interesse di alcuni studiosi del secolo scorso. Nel 1990 sono state riportate alla luce strutture murarie di età Medio-Repubblicana appartenenti al IV &#8211; III sec. a.C.. Nella metà degli anni &#8217;50 in località S.Erasmo la chiesa della Madonna delle Grazie nacque dalle Rovine di un&#8217;antica villa Romana. <a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/111.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-392 alignright" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/111-300x268.jpg" alt="11" width="300" height="268" /></a><br />
Sempre nella piana di Corvaro, nella sua estremità occidentale sono state rinvenute delle mura di cinta a forma poligonale ma la maggiore scoperta è costituita dal &#8220;Montariolo&#8221;, un monumentale Tumulo che si è conservato nel tempo ed è situato ad un&#8217;altezza di 3,70 m. Lo scavo del Tumulo maggiore ne ha riportato alla luce uno di minor dimensioni (circa 11 m. di diametro) appartenente all&#8217;Età del Ferro (fine IX -VIII secolo a.C.) Le ricerche, che proseguono tutt&#8217;ora, hanno inoltre rilevato la presenza si 110 tombe, le più antiche delle quali databili tra VI e V secolo a.C. fanno pensare alla sepoltura di individui armati.</p>
<p>Le ultime rinvenute, (si ipotizza di epoca Medio-Tarda età Repubblicana) sono scavate nel banco di ghiaia sul quale è situato il Tumulo ma, al contrario delle tombe più antiche vi si rileva una presenza maggiore di individui femminili e bambini.<br />
Resta a questo punto da stabilire se la presenza di questi individui interessa comunità locali o se si tratti di tentativi intesi alla &#8220;Romanizzazione&#8221; dell&#8217;intera valle.</p>
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		<title>rivodutri  27 settembre</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 09:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img width="700" height="464" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/116.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" />II paese di Rivodutri è ritenuto, da alcuni storici, una delle colonie fondate da Enotrio, figlio ultimo del re d&#8217;Arcadia quando costui si stabilì in Italia. Varie sono le supposizioni sull&#8217;origine del nome «RIVODUTRI»; l&#8217;Angelotti lo chiama «LI VEDUTRI» e lo dice così chiamato «quasi a duobus rivulis circundatum». Un&#8217;altra supposizione è quella secondo la &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<img width="700" height="464" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/116.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" /><p>II paese di Rivodutri è ritenuto, da alcuni storici, una delle colonie fondate da Enotrio, figlio ultimo del re d&#8217;Arcadia quando costui si stabilì in Italia. Varie sono le supposizioni sull&#8217;origine del nome «RIVODUTRI»; l&#8217;Angelotti lo chiama «LI VEDUTRI» e lo dice così chiamato «quasi a duobus rivulis circundatum».</p>
<p><a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/116.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-403 alignleft" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/116-300x199.jpg" alt="11" width="300" height="199" /></a>Un&#8217;altra supposizione è quella secondo la quale il villaggio si chiamasse «RIVO» prendendo il nome da due fossi che lo circondano e che cambiasse nome in RIVODUTRI, in seguito all&#8217;unione di altro paese esistente in territorio di Cantalice e chiamato UTRI.</p>
<p>Gli abitanti di Utri, stanchi dei continui ladroneggi subiti da orde di invasori, avrebbero deciso di ricoverarsi a Rivo.</p>
<p>Più tardi si unirono anche gli abitanti di Cocoione e Rocchetta.</p>
<p>Precedentemente al 1300 non si hanno testimonianze concrete sul nostro paese, tranne una breve citazione. Quest&#8217;ultima si riferisce ad una antica tradizione secondo la quale un rappresentante di ogni paese il giorno dell&#8217;Ascensione si recava a Rieti per portarvi un cero. Nell&#8217;elenco dei paesi partecipanti figura anche il nome di Rivodutri.</p>
<p>Il nostro paese attraversa un periodo importante negli anni che vanno dal 1375 alla prima metà del &#8216;500, in seguito agli eventi politici sorti e sviluppatisi in Rieti.</p>
<p>Il 1° ottobre 1375 scoppia, in Rieti, una violenta ribellione contro i Riformatori papali, inviati dai papi avignonesi, a reggere la città e le terre dello stato della Chiesa e dimostratisi estremamente tirannici, corrotti, rapaci a danno dei popoli soggetti.</p>
<p>In Rieti era riformatore messer Pietruccio da Chiavano che colto di sorpresa dal moto insurrezionale, è costretto a fuga precipitosa.</p>
<p>La maggioranza dei guelfi, di tendenze conservatrici e fedeli alla chiesa, era incline a non spingere la ribellione a conseguenze estreme.</p>
<p>Comunque alcuni guelfi reatini, che avrebbero voluto lottare ancora contro il papa avignonese per difendere gli antichi privilegi di larghissime autonomie politiche ed amministrative concessi a Rieti da Papa Innocenze III dei Conti di Segni, furono cacciati dalla città.</p>
<p>Essi allora, con la complicità di Ludovico e di Cola di Domenico di Martino, di Cola di lacobetto o di Ciufolone, di Cola di Sagio, caporioni dei rivoltosi nel castello di Rivodutri e spalleggiati da alcuni abitanti di Poggio Bustone, suscitavano, nell&#8217;anzidetto forte castello un moto ostile al Comune di Rieti , vi si rifugiavano ed arroccavano, facendone base di operazione contro i reatini, alleandosi con gli abitanti di Cantalice, Lisciano, Lugnano, S. Rufina e Cittaducale.</p>
<p><a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/117.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-404 alignright" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/117-300x186.jpg" alt="11" width="300" height="186" /></a>In seguito i fautori di una politica più energica nei confronti delle esigenze della Chiesa rivolta a ridurre le autonomie politiche e amministrativedi Rieti vanno ad ingrossare in Rivodutri, le fila di quelli che già vi si trovano e la guerra contro il Capoluogo riprende più virulenta.</p>
<p>Rieti, per difendersi, è costretto ad assoldare «lance» italiane ed arcieri ungheresi sicché, assieme ad un piccolo esercito cittadino, si inizia l&#8217;assedio del castèllo di Rivodutri</p>
<p>Nel frattempo Papa Gregorio XI convinto ormai della buona fede e della lealtà dei reatini, incarica messer Andrea Capocci da Viterbo, di iniziare e condurre avanti trattative per mettere fine alle lotte faziose interne di Rieti e di ricondurre Rivodutri all&#8217;obbedienza.</p>
<p>La conclusione della pace (4 giugno 1377), isola i fuoriusciti reatini e i ribelli locali assediati in Rivodutri e facilita le trattative coi primi che, previo giuramento di fedeltà al reggimento comunale della città, sono riammessi in Rieti, ad eccezione di diciannove di loro, per i quali il bando viene confermato «sine die».</p>
<p>Il 20 ottobre 1377 e il 3 febbraio 1379 gli abitanti di Rivodutri rivolgono due petizioni al Comune di Rieti. Nella prima, chiedono che i ribelli condannati a morte, al bando o a pene pecuniarie, previa cancellazione delle condanne   possano tornare ad abitare nel castello perché, in caso contrario, le famiglie che ancora vi dimorano, legate quasi tutte da vincoli di parentela o di consanguineità coi condannati, sarebbero costrette ad abbandonare le loro e cercarsi nuove residenze.</p>
<p>Nella seconda, dopo aver fatte presenti le condizioni di miseria in cui tutti gli abitanti del castello sono stati ridotti in conseguenza delle operazioni di guerra e di devastazione subite, domandano l&#8217;esenzione, per un anno, di tutte le imposte e gravezze.</p>
<p>Le petizioni vengono accolte e più tardi il 13 maggio 1394, saranno condonate le condanne anche ai caporioni dei ribelli del 1375 e, segnalameli a Ludovico ed a Cola di Domenico di Martino. Ma poco più tardi, nel 1397, il primo dei due sopra ricordati fratelli viene ucciso, senza che i documenti rivelino se l&#8217;assassinio sia stato motivato da rancori politici o privati.</p>
<p>Nel luglio del 1398, l&#8217;esercito del Viceré degli Abruzzi invade il territorio nord-occidentale del contado e del distretto di Rieti, portandovi la desolazione.</p>
<p>Il castello di Apoleggia è messo a sacco e danni subiscono le campagne di Rivodutri, Rocchetta, Cocoione e Poggio Bustone.</p>
<p>Dopo questi eventi la vita nel castello di Rivodutri trascorre in relativa quiete, anche se i più aggressivi abitanti del castello, spinti dalla povertà e seguendo l&#8217;esempio dei terrazzani di Labro, Morro e Poggio Bustone, non solo offrono asilo a condannati al bando per la ribellione del 1375 e per delitti commessi in avvenimenti successivi, ma si danno, sovente, al brigantaggio da strada, assalendo comitive e carovane di mercanti, di mandriani, di pastori, depredandoli. Molti dei colpevoli subiscono processi ed incorrono nei rigori, più astratti che concreti, delle leggi penali reatine.</p>
<p>Il Comune di Rieti, infatti, sempre assillato da ristrettezze e difficoltà economiche e finanziarie, consente spessissimo di condonare le condanne e pene corporali anche capitali   in cambio di transazioni che si risolvono nel consueto pagamento di ammende ridotte.</p>
<p>Nonostante l&#8217;ambiguità delle fonti storiche, il castello di Rivodutri, non sappiamo volente o nolente, deve aver dato un qualunque appoggio agli Alfani ribelli. Non solo, ma durante l&#8217;effimera ribellione dei castelli del Capitanato della Valle Canera, nella primavera e nell&#8217;estate del 1436 e la conseguente dedizione loro al condottiero Micheletto o Michelotto Attendolo Sforza, è probabile che gli abitanti di Rivodutri, almeno in parte, abbiano manifestato qualche simpatia per i ribelli. Questi fatti, spiegherebbero l&#8217;azione energica del Cardinale legato Giovanni Vitelleschi risoluto e durissimo uomo di guerra e di azione più che di chiesa.</p>
<p>Nell&#8217;autunno del 1438 i suoi fanti occupano il castello di Rivodutri, e ai magistrati comunali reatini, il Cardinale impone categoricamente di deliberare la distruzione del castello stesso e la cacciata di tutti i suoi abitanti (11-2-1439).</p>
<p>Assai riluttanti e di malavoglia, i cittadini che compongono il consiglio generale del Comune di Rieti e il consiglio di credenza, si piegano alla inflessibile volontà del porporato e stipendiano i muratori che sotto la sorveglianza di Battista di Giovanni da Offegia (Offida), demoliscono le fortificazioni e parecchie case di Rivodutri. Ma più tardi, quando i poteri del legato sono diminuiti, in seguito ai sospetti che in merito alla sua lealtà nutre il Papa Eugenio IV Condulmero, il consiglio generale del Comune di Rieti, in data 4-8-1440, delibera di ricostruire e restaurare fortificazioni ed abitazioni di Rivodutri e di pagare dieci ducati d&#8217;oro a quel Battista di Giovanni da Offegia che era stato soprintendente ai lavori di demolizione.</p>
<p>In questa occasione gli abitanti di Labro, Morro Reatino e Poggio Bustone sono chiamati a concorrere ai lavori di ricostruzione fornendo la calce che viene ricavata da una fornace da loro costruita appositamente. Nel consiglio generale del 21-7-1441 infine, viene accolta una petizione dei massari diRi vodutri con la quale si chiede lo sgravio dalle imposte per sei anni e si consente, ai suddetti massari, di poter imporre e riscuotere una «dativa», un&#8217;imposizione straordinaria, fino a cinquanta ducati, che dovrà essere  destinata ad ultimare i lavori di ricostruzione delle case distrutte.</p>
<p>Dopo la riedi ficazione, se si eccettuano spese per il consolidamento delle fortificazioni consistenti nelle costruzione di torrioni nella parte a monte della cinta i mura, non si verificano avvenimenti di rilievo nella vita del castello.</p>
<p>Dal secolo XVI in poi, dopo il componimento di una lite tra abitanti di Rivodutri e Poggio Bustone, che aveva dato occasione anche a scontri armati tra uomini dei due castelli, i magistrati reatini deliberano provvedimenti varii in vantaggio della comunità di Rivodutri. Fanno eccezione i provvedimenti con cui vengono dichiarati estinti sedici «focolari» del Castello (6-6-1508) e si delibera, in conseguenza di esonerare dalle imposte altrettante famiglie, e la decisione che porta alla ricostruzione di una (30-10-1539).</p>
<p>L&#8217;estinzione dei «focolari» però , riveste un considerevole interesse in  quanto offre la testimonianza, indiretta, dell&#8217;emigrazione di sedici nuclei familiari, probabilmente discesi a risiedere a Rieti.</p>
<p>Rivodutri, ovvero Rigodutri, come è spesso chiamato nei documenti della seconda metà inoltrata del Trecento, subisce un lento ma progressivo smantellamento delle sue fortificazioni .</p>
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		<title>colle di tora25 ottobre</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 09:46:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<img width="1600" height="1200" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/immagine.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="immagine" style="margin-bottom:10px;" />Il comune di Colle di Tora, che fino al 1864 si chiamava Collepiccolo, è un piccolo centro situato nel cuore della Valle del Turano, di circa 400 abitanti, adagiato sulla riva sinistra del fiume, nel suo tratto medio, a 600 m. sul livello del mare. Sorgeva su una propaggine collinare e a seguito della costruzione della diga, opera &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<img width="1600" height="1200" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/immagine.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="immagine" style="margin-bottom:10px;" /><p style="text-align: left;">Il comune di <strong>Colle di Tora</strong>, che fino al 1864 si chiamava Collepiccolo, è un piccolo centro situato nel cuore della Valle del Turano, di circa 400 abitanti, adagiato sulla riva sinistra del fiume, nel suo tratto medio, a 600 m. sul livello del mare. Sorgeva su una propaggine collinare e a seguito della costruzione della diga, opera del periodo fascista e la nascita successiva del bacino artificiale: “il Lago Turano”, che ha trasformato notevolmente il suo assetto geografico. La “<strong>Valle del Turano</strong>” è così denominata dal fiume “Turano” che l’attraversa denominata storicamente “Alta Sabina”.<br />
<a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/immagine.jpg" rel='prettyPhoto'><img class="alignleft wp-image-308 size-medium" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/immagine-300x225.jpg" alt="immagine" width="300" height="225" /></a>L’antica forma della valle è oggi completamente modificata a causa della realizzazione del bacino idroelettrico da parte dell’allora società “Terni”, tra la metà e la fine degli anni trenta, attraverso la costruzione di una diga di oltre 80 m. di altezza. Il bacino ha una capacità di oltre 150 milioni di m. cubi di acqua, collegato a quello gemello del “Salto”, da una galleria lunga circa 9 km, le cui acque servono ad alimentare una serie di potenti centrali idroelettriche. Ora si protende con una lingua di terra sullo specchio d’acqua, fornendo così un panorama mozzafiato ai tanti che quasi per caso s’imbattono in questo delizioso scorcio d’Italia, facendogli guadagnare l’appellativo di “Piccola Svizzera”, perché il paesaggio lacustre, in assoluta sintonia con le montagne che lo circondano tutt’intorno a mo’ di barriera naturale (tra cui quelli della Riserva di Monte Navegna e Cervia), la fa assomigliare proprio a quei piccoli paesini della Svizzera.</p>
<p style="text-align: left;">Molte sono le ipotesi sull’etimologia del nome “Turano”, una delle più acclarate è quella che fa derivare il nome “Turano” da “Tora”, antico nome del Dio Marte, il cui culto sarebbe stato un tempo molto diffuso in questa zona. Anticamente Collepiccolo era sotto il mandamento di “Castelvecchio” (l’attuale Castel di Tora) dal quale si staccherà per diventare comune autonomo alla fine della seconda Guerra Mondiale.<br />
Oggi gli abitanti conservano l’antico nome di “<strong>Collepiccolesi</strong>”.</p>
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		<title>pescorocchiano31 ottobre</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 09:45:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<img width="500" height="295" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/118.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" />Il paese di Pescorocchiano sorge su di un caratteristico costone roccioso a poca distanza dal corso del fiume Salto. Il suo nome è composto dalle parole Pesclum che significa &#8220;luogo alto e ripido&#8221; e dalla determinazione specifica Rocchiano che potrebbe derivare dal toponimo con cui si identificava la zona nell&#8217;alto Medioevo. Il Comune di pescorocchiano &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<img width="500" height="295" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/118.jpg" class="attachment-small wp-post-image" alt="11" style="margin-bottom:10px;" /><p>Il paese di Pescorocchiano sorge su di un caratteristico costone roccioso a poca distanza dal corso del fiume Salto. Il suo nome è composto dalle parole Pesclum che significa &#8220;luogo alto e ripido&#8221; e dalla determinazione specifica Rocchiano che potrebbe derivare dal toponimo con cui si identificava la zona nell&#8217;alto Medioevo.</p>
<p><a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/118.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-407 alignleft" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/118-300x177.jpg" alt="11" width="300" height="177" /></a>Il Comune di pescorocchiano sorge su di un caratteristico costone roccioso a poca distanza dal corso del fiume salto. Il suo nome deriva da un toponimo composto da due parole: la prima pesco o peschio significa &#8220;luogo alto e ripido&#8221; e ricorre in moltissimi luoghi dell&#8217;Italia centro – meridionale; più incerta è, invece, l&#8217;origine della determinazione specifica rocchiano che potrebbe derivare dal nome con cui nell&#8217;alto medioevo si identificava geograficamente la zona dove, per l&#8217;appunto, si trova lo sperone di roccia. Negli appunti raccolti nel settecento dallo storico aquilano Antinori figura infatti un documento del 1122 che parla di una chiesa di S. Silvestro posta nella Valle di Rocchiano.</p>
<p>Il fascino della natura e della storia si fonde a Pescorocchiano con quello della civiltà contadina che nel corso dei secoli ha influenzato mentalità, usi e costumi degli abitanti di questi luoghi.<br />
Le tradizioni ancora vissute dalle comunità locali sono fortemente legate alla devozione religiosa, come gli annuali pellegrinaggi di compagnie a piedi in onore della Santissima Trinità al Santuario di Vallececa o addirittura a quello più lontano di Vallepietra (RM) e le feste patronali in onore del Santo Protettore che si svolgono in ogni piccola frazione e permettono di rinsaldare vincoli di amicizia e parentela, rallegrando le serate estive del Cicolano. Particolarmente cordiale e calorosa è la veglia di canti e preghiere che si tiene nelle case di S. Lucia di Gioverotondo le notti del 12 e del 13 dicembre in onore della vergine Santa protettrice degli occhi.<br />
Un ricco patrimonio culturale ha le proprie radici nell&#8217;arte di tener favella con il suo vasto repertorio di canti, favole, stornelli e racconti dove molte volte affiora il personaggio di Tuttopera, un contadino simpatico e bizzarro.<br />
Movimentati e pittoreschi sono anche il Carnevale con le bande armate mascherate degli Zanni capeggiate dal Turco, dal Guerriero e dallo Zannone che &#8220;conquistavano&#8221; il castello rivale con versi in rima basati sul ciclo carolingio dei Reali e dei Paladini di Francia ed il Ballo della Pantasima, un fantoccio bianco con fuochi pirotecnici azionato dall&#8217;interno da un ballerino.</p>
<p>A raccogliere questa preziosa eredità è attualmente il gruppo della Compagnia degli Zanni che insieme alla Banda musicale Città di Pescorocchiano coinvolge giovani e meno giovani nel mondo dell’associazionismo locale attivo dentro e fuori il territorio. <a href="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/119.jpg" rel='prettyPhoto'><img class=" size-medium wp-image-408 alignright" src="http://percorsireatini.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/119-300x219.jpg" alt="11" width="300" height="219" /></a><br />
Senz’altro il prodotto agro-alimentare principe di Pescorocchiano è la castagna rossa del cicolano che ha ottenuto di recente il prestigioso riconoscimento europeo della denominazione di Indicazione Geografica Protetta (IGP). alla sua valorizzazione contribuiscono in maniera valida le diverse cooperative locali che operano permanentemente nel settore. La gastronomia locale regala al buongustaio alcune pietanze tipiche, semplici ma ricche di sapore realizzate con prodotti tipici come gnocchetti con ceci, pappardelle ai funghi porcini, ravioli con ricotta, strozzapreti, polenta, pasta e fagioli, fagioli con le cotiche, cuagliatelli e lenticchie, abbacchio alla brace e cinghiale alla cacciatora.<br />
Per quanto riguarda i dolci ricordiamo soprattutto quelli che vengono fatti nel periodo delle festività Natalizie e Pasquali come ad esempio i &#8220;cauciuni&#8221; ripieni con uva passa e formaggio o con pastella di castagne, i &#8220;murzitti&#8221; fatti con miele e noci pestate, la &#8220;pizza di pasqua&#8221; fatta di pasta lievitata ed infine &#8220;e fave ellu mortu&#8221; realizzate con frutta secca.</p>
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